
E’ oramai comprovata la validità dello strumento grafologico come plusvalore diagnostico rispetto alla rilevazione di tratti e tendenze di personalità. La grafologia infatti è, a mio parere, l’unica disciplina che consente di poter studiare la personalità dell’individuo in toto, “rilevando aspetti automatici e per questo inconsci della persona” (“psicologia della scrittura” M.Marchesan 1993) che proietta in maniera più o meno spontanea sul foglio ogni piccola sfaccettatura emozional-cognitiva che gli appartiene.
Il prodotto dello scrivente, il tracciato grafico dunque, è il risultato di complessi gesti motori in cui sono implicate tutte le funzioni psicofisiologiche dell’individuo (“il gesto scrittorio” Travaglio, R. Tarantino,V, 2007). Nella vita di tutti i giorni ciascun soggetto “sta nel mondo” con una propria modalità che abbraccia aspetti cognitivi, emotivi, spaziali e postural-corporei, assolutamente non oggettivabili e del tutto soggettivi anche in virtù delle mille sfaccettature che si co-costruiscono nella maturazione personale e nelle relazioni con il mondo esterno e interno.
Quanto è possibile dunque attraverso la scrittura e il proprio “modo di essere gesto scrittorio”, scovare elementi utili per predire e prevenire un atteggiamento che può essere, come nel caso di un suicidio, autolesivo e pericoloso per sé e per la propria vita?
Essendo insito nel metodo grafologico l’assoluta convinzione che il contesto scrittorio vada valutato e studiato, non nei singoli segni, ma nella relazione che gli stessi hanno all’interno del contesto grafico, va da sé che il rilevamento di un singolo segno o tratto con connotazione negativa, non possa avere valore predittivo del suicidio. Non si può in alcun modo asserire che una scrittura possa darci delle risposte certe sulle decisioni e le azioni che un soggetto potrà compiere in merito ad un comportamento cosi estremo e definitivo. Sarebbe come dire che un individuo che attraversa un periodo difficile di depressione, di sbalzi di umore di scarsa volontà porti con sé sul corpo e nella mente qualcosa che lo identifichi come suicida!
In che modo allora la grafologia può considerarsi uno strumento di ausilio in questi casi?
E’ fondamentale un’analisi approfondita del contesto in cui il soggetto si muove e si relaziona e al tempo stesso una accurata attenzione verso le terapie mediche a cui si sta sottoponendo sotto stretta osservazione. Nel caso di soggetti a rischio di suicidio infatti è di primaria importanza che ci sia una pregressa anamnesi e diagnosi e che le varie figure professionali collaborino fra di loro per diminuire e contenere la situazione di disagio. E’ necessario che lo psichiatra, qualora somministrasse farmaci, stia anche a stretto contatto con lo psicoterapeuta e il medico e che insieme costruiscano una rete di comunicazione che agevoli e renda più efficace la terapia in atto.
E’ in questo intreccio di figure professionali che il grafologo può dare un contributo.
La scrittura infatti, pur mantenendo le caratteristiche peculiari di base che ogni soggetto possiede, si può modificare nell’intensità qualitativa e quantitativa di alcuni segni o può rilevare addirittura tratti mai presenti sino ad un preciso momento. Sarebbe opportuno ad esempio visionare scritture pregresse alla condizione patologica del paziente, in concomitanza alle nuove scritture vergate nella condizione acuta del malessere.
E’ solo attraverso questo continuum di osservazione della grafia che va sull’asse “salute-malattia” che è possibile non solo scorgere quali sono le aree affettive e cognitive peggiorate ma anche evidenziare risorse e punti di forza del soggetto.
Cosi considerata la grafologia può essere un buono strumento di supporto diagnostico che certamente non può prevedere o evitare un atto suicidario, ma che con altrettanta certezza può aiutare le diverse figure professionali ad avere un quadro più chiaro e ricco della condizione esistenziale della persona in cura.