
Essere genitori vuol dire innanzi tutto imparare ad acquisire nuove competenze e responsabilità, non più limitate ad accrescere e rafforzare la propria sfera esistenziale individuale ma che riguarda un cambiamento di ruolo ben preciso dove l’attenzione all’IO si sposta al TU “figli” e l’IO diventa NOI.
Mi piace pensare alla famiglia e al gruppo come ad un campo, inteso alla maniera di Lewin , quale territorio di analisi dei fenomeni sociali, visti nella loro interdipendenza. Ciò prevede l’esistenza di uno spazio psicologico dove sono presenti dei comportamenti che sono funzione degli spazi di vita delle persone, formati dalle persone e dagli ambienti. Le situazioni psicologiche si manifestano in relazione al contesto di riferimento, nel quale agiscono delle forze, le quali sono in grado di agevolare od ostruire il costituirsi di determinati modelli di comportamento e di condotta.
In aderenza alla Gestalt, il gruppo è perciò definito in termini di interdipendenza tra le parti, in esso la totalità è più della semplice somma dei singoli elementi costitutivi e può essere qualcosa di diverso. Ed è proprio tenendo presente questo che l’obbiettivo diventa quello di sfruttare le risorse dei singoli per offrire possibilità creative atte a dare una nuova “Gestalt” (forma) al gruppo.
E’ molto importante sondare le aspettative dei membri, ciò consente a ciascun genitore di porre l’attenzione sui propri bisogni e di confrontarsi con gli altri, aprendo la strada della condivisione e spostando l’attenzione dall’auto-appoggio all’etero-appoggio. Ritengo questo passaggio fondamentale, la sensazione di essere soli infatti si acuisce in chi lotta tutti i giorni, non solo con la propria sofferenza ma anche con quella dell’emarginazione dei figli che in molti contesti risulta evidente e difficile da gestire.
Il gruppo consente di affrontare diversi temi: le difficoltà relazionali, la sessualità, il futuro dei figli, scoprire nuove possibilità per ritagliarsi spazi e diminuire lo stress, etc. Il leitmotiv è sicuramente la sperimentazione di sé, attraverso i propri e altrui racconti. La narrazione delle storie, l’espressione delle emozioni e il riconoscimento del proprio sentire consente ciascuno di poter scoprire limiti e potenzialità della propria sfera personale.
I passaggi più complessi sono quelli relativi allo “spostare l’attenzione” dai bisogni pragmatici della risoluzione di problemi, alla presa di coscienza della frustrazione e dell’impotenza, dal fare, al sentire, dalla tendenza protettiva e invalidante nei confronti della disabilità dei propri figli, alla scoperta della sopravvivenza e dell’autonomia nell’indipendenza, dalle aspettative personali, all’accettazione dei limiti e dei desideri dei propri figli.
Man mano che il gruppo entra in intimità il processo di interazione diventa via via più dinamico e ricco di possibilità. Ciò che è fondamentale comprendere in questi contesti è che la possibilità non sta nel cambiamento dell’impossibile, ma nella trasformazione dell’ineluttabilità in capacità di stare e muoversi nell’incertezza. L’esperienza vissuta in gruppo rafforza poi le relazioni fra i membri anche al di fuori del contesto “terapeutico” e ciò amplifica la rete sociale
Non è demagogico affermare che dietro la “dis-abilità” c’è un mondo fatto di fantasmi e di paure legate alla diversità, questo è vero tanto per noi che stiamo aldilà della staccionata e a volte anche per i genitori stessi dei ragazzi disabili. Fritz Perls diceva: “Quando le persone mancano di immaginazione è sempre perché hanno paura anche solo di giocare con l’eventuale esistenza di qualcosa di diverso dal prosaico, a cui si aggrappano con tutte le loro forze”.
Se imparassimo a considerare la diversità come qualcosa di speciale da esplorare con rispetto e curiosità forse scopriremmo di trovarci di fronte ad una “bis-tris-poli-abilità”.